sabato 5 dicembre 2015

Recensione di Lolita di Vladimir Nabokov - dal libro ai film di Stanley Kubrick e Adrian Lyne

Lolita
Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi.
Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo.Li.Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

Che dire di questo romanzo… semplicemente uno dei più belli che io abbia mai letto.
Uno di quei romanzi da leggere almeno una volta nella vita.
Lasciate da parte i pregiudizi e le distanze dall’argomento, Lolita vi farà entrare nella mente del professor Humbert facendovi vivere con le sue ossessioni, lasciandovi arrabbiare e amare con lui, ma senza mai e poi mai farvi storcere il naso.

Perché Lolita è giovane ma, come forse in pochi sanno, Lolita non ha 16 anni come raccontava Kubrick nei censuratissimi anni Sessanta; non ne ha 14, come la ninfetta con l’apparecchio ai denti per la quale Jeremy Irons perde la testa nel 1997.
Lolita ha 12 anni, così come il coraggioso Nabokov ha osato raccontarci nel 1955.

La trama è semplice, proprio perché non è l’intreccio di eventi a tenerci incollati alle pagine: Lolita, ovvero Dolores Haze, la dodicenne senza un padre e figlia di una madre che non le ha mai dato l’amore e l’affetto che lei avrebbe meritato, inizia un gioco di provocazione con il professor Humbert, ospite temporaneo nel New England.

Lolita rappresenta quella parte di femminilità liberata, con tutti i suoi eccessi e le conseguenze, che aveva caratterizzato l’inizio dell’emancipazione femminile del dopo guerra.
Lolita è una ragazzina con i tratti da donna e i comportamenti capricciosi tipici dei bambini: mastica rumorosamente il chewing gum, legge fumetti, risponde male e riempie la propria stanza di foto di attrici dalle labbra sapientemente dipinte.

La scrittura di Nabokov è incredibile, a maggior ragione se si pensa che Vladimir Nabokov, anche se
Lolita
nato a San Pietroburgo, ha scritto questo libro in inglese, giocando a suo piacere con le lacune e i guizzi artistici della lingua inglese, che lui conosceva come seconda lingua dall’infanzia.
Complesso ma scorrevole nella lettura, Nabokov sceglie attentamente le parole, pagina dopo pagina, con una precisione artistica che non ho mai incontrato prima in nessun altro libro.
Possiamo vedere e ammirare con gli occhi di Humbert la bellezza delle ninfe ma, allo stesso tempo, possiamo percepire il disagio e l’umiliazione che lui prova per se stesso nel guardare le giovani ragazzine che hanno costellato inconsapevolmente la sua esistenza segreta.
Parte molto importante, nel libro riusciamo a provare una sorta di pena per la piccola Lolita, fattore che non ho mai ritrovato in nessuna trasposizione cinematografica: la Lolita di Stanley Kubrick, così come quella di Adrian Lyne, è fastidiosa e irritante, e agisce fino al limite della crudeltà con Humbert.
Ma, tra le pagine di quel viaggio durato due anni alla ricerca di un futuro mai nato, io ho provato tanta pena per quella ragazzina che, in fondo ancora bambina, sbatte forzatamente le ali per scappare dalla prigione che il suo patrigno, per amore o per altro, è riuscito a crearle intorno: Lolita vuole ballare, vuole recitare, vuole conoscere ragazzi e far arrabbiare il patrigno per una mera gelosia paterna, e non di altra natura.

Il film di Kubrick è adorabile, quello di Lyne troppo crudo, ma il vero professor Humbert, per me, sarà sempre e soltanto Jeremy Irons.
Il primo film è ammanettato e oscurato dalla censura, il secondo è liberato in una realtà che deve vivere soltanto nella parola scritta di questo grandioso autore. Kubrick ha modificato e migliorato il libro in un racconto differente, a ragione o torto per molti, mentre Lyne è stato decisamente più fedele alla storia di Nabokov, e questo è stato proprio il suo punto debole: mentre il maestro Stanley sapeva trasformare in oro tutto quello che portava sulla pellicola, modificando a piacere personale (e dispiacere dei vari autori), Lyne ha messo su schermo tutto quello che viene presentato nel libro, incontrando tutte le resistenze mentali, sociali e culturali del caso, mie comprese. Ci sono immagini, io credo, che dobbiamo crearci soltanto nella nostra mente.
Questo libro, secondo me, non deve diventare un film: è troppo, in ogni senso, e soltanto una scrittura perfetta come quella di Nabokov può rendere accettabile uno degli argomenti più difficili e scabrosi che ci siano.
E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.


Maia